La linea verticale

La linea verticale

 

Forse fino a qualche anno fa non ci saremmo mai aspettati di vedere una storia come La Linea Verticale (otto episodi da 25 minuti circa ciascuno). Finalmente qualcuno ai piani alti di Viale Mazzini si deve essere accorto che sì, anche nella fiction, si può (e si deve) osare, andando a rompere uno dei tabù più intoccabili della tv italiana: ridere della malattia.
Non fatevi spaventare dall’ambientazione ospedaliera della serie: è vero, il 99% della trama si svolge tra le stanze ed i corridoi di un ospedale romano, dove è ricoverato il protagonista Luigi (Valerio Mastandrea), letteralmente catapultato da un giorno all’altro in un mondo che prima aveva sempre visto da lontano. Ma a fare la differenza non è il dove viene raccontata la storia, ma come.
Luigi scopre di essere malato, e deve essere subito operato: una vicenda, questa, che trae ispirazione da quella di Mattia Torre, lo sceneggiatore della serie, che ha voluto anche in questo modo esorcizzare quanto gli è accaduto qualche anno fa. E Torre, che già in passato ha creato un’altra fuoriserie come Boris, sa fare questo mestiere solo in un modo: facendo ridere e riflettere.
La Linea Verticale da dramma dalla lacrima facile si trasforma fin dai primi minuti del primo episodio in una commedia dal sapore agrodolce, che riesce a farti sorridere ed, il secondo dopo, a farti scendere la lacrimuccia. Perché per raccontare un argomento come la malattia e la vita in ospedale c’erano due strade: quella della retorica e quella, più realistica, della risata che nasce anche da una situazione potenzialmente drammatica.
Torre, aiutato da un cast eccezionale (in primis Mastandrea e Greta Scarano, che interpreta sua moglie, ma degni di nota sono anche Giorgio Tirabassi, Ninni Bruschetta e Paolo Calabresi), costruisce un racconto che ride in faccia al buonismo di certe fiction ospedaliere, riuscendo con un risata ad essere più realistico di tante docuserie che giocano con l’inquietudine e la stranezza di alcune malattie.
Negli Stati Uniti la chiamerebbero dramedy (ovvero un misto tra drama e comedy), noi preferiamo chiamare La Linea Verticale commedia della vita. E per mettere in scena una rappresentazione della malattia che faccia ridere, serviva qualcosa di totalmente nuovo. Metti un malato che ancora deve assimilare il suo nuovo status di paziente; metti una moglie, incinta, che deve essere la roccia di Luigi ma che si vede dal primo sguardo che ha più paura di lui; metti una gang di personaggi, tra pazienti, caposala e medici, che sembrano vivere nel mondo più normale possibile e che amplificano la sensazione di estraneità del protagonista.
Metti tutto questo ed otterrai La Linea Verticale, che prende la malattia e ci ride su, con un importantissimo dettaglio: non è mai (ma davvero, mai) sopra le righe o fuori luogo. Nessuna delle battute e delle situazioni che Torre racconta possono essere fraintese o considerate di cattivo gusto, ma sono, invece, del tutto realistiche e vicine ai veri malati, che finalmente si vedono rappresentati in tv senza la musica strappalacrime in sottofondo o il primo piano sugli occhi luccicanti dei parenti. La Linea Verticale è tutto questo, ma è soprattutto speranza, e la speranza deve saper anche far sorridere.

 


VIDEO – Episodio 01

 


VIDEO – Episodio 02

 


VIDEO – Episodio 03

 


VIDEO – Episodio 04

 


VIDEO – Episodio 05

 


VIDEO – Episodio 06

 


VIDEO – Episodio 07

 


VIDEO – Episodio 08

 

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